Vita e Tentazione di Giovanna d'Arco - Capitolo X

 

Quella famiglia viveva nel villaggio di Domrémy, situato in una zona alta della Lorena che fa parte dei domini della catena dei Vosgi, ricca di fiumi e foreste. Non stupisce che i sovrani d’altri tempi l’abbiano scelta come luogo preferito per le loro battute di caccia. Si dice che Carlo Magno si sia ricongiunto da quelle parti con uno dei suoi falchi, che gli era sfuggito ad Aquisgrana, colpito di gran meraviglia nel rivederlo, durante un suo viaggio, appollaiato in sua attesa su un arbore autunnale. La leggenda prosegue raccontando che, quando l’altero uccello fece ritorno sul braccio dell’imperatore, l’albero si riempì di foglie e fiori come fosse in primavera, tutto d’un tratto dando vita alla più rigogliosa vegetazione.

Isabelle interpretava questa storia come un indizio che la Lorena trabocca di fertilità, e così aveva potuto dare alla luce quattro figli – ora cinque – senza perdere nessuno. Anche le sue amiche e vicine avevano tutte almeno due figli sani e robusti. Potesse Dio continuare a benedire le donne di quella zona! Magari molto di ciò provenga dalla protezione spirituale della badessa Gisella, che ai tempi di Enrico IV aveva governato la famosa abbazia di Remiremont.

Gisella aveva a sua disposizione una vera e propria corte di funzionari per gestire il convento e i suoi dintorni. Financo il duca di Lorena era suo vassallo. Esercitava la sua autorità su 22 proprietari terrieri e 52 villaggi, subordinata per la croce al papa e per la spada all’imperatore. Anche se i documenti imperiali non menzionano il diritto dell’abbazia di battere moneta, vi si trova in uno di essi la frase Monettarii di burgo Romariensi debent VII libras piperis1.

Per una donna come Gisella si può dire che non significasse quasi nulla un debito del genere, ma forse significava qualcosa per altri, e doveva proteggersi da insidie; perciò il suo siniscalco gli era sempre di fianco con la spada sguainata. Secondo le buone e le cattive lingue, era una donna piena di sospetti, che si fidava esclusivamente di quel cavaliere. Alcuni sostenevano che giaceva con lui, “interessata ad un’altra spada ignuda”. Altri preferivano dire che aggiungeva alla sua cautela e al suo timore l’assoluta castità, non essendo mai andata a letto con alcun uomo. Versione alla quale preferisco credere, così come mia mamma e come Isabelle, dato che si sono tramandati i resoconti secondo i quali gli abitanti della zona da lei amministrata l’amavano come una madre, e certuni furono addirittura guariti dal suo tocco miracoloso.

Il nome di Remiremont, cioè Romarici Mons, proviene da San Romarico, discepolo di San Colombano di Luxeuil, che a sua volta si trova a sud delle montagne dei Vosgi ed è un altro comune ad ospitare una magnifica abbazia, fondata dallo stesso Colombano, un virtuosissimo monaco irlandese che fu il suo primo abate, ma che dopo circa dieci anni riprese i suoi viaggi. Un maestro nella Legge di Cristo, un potente esempio di devozione per Romarico, che avrebbe poi fondato il suo monastero, assieme ad alcuni novizi, poscia aver lasciato Luxeuil. L’area scelta precisamente quella che avrebbe dato origine alla città di Remiremont.

Romarico era fra i santi più venerati dalla moglie di Jacques d’Arc, un agricoltore che era il doyen del villaggio. Una posizione che includeva tra le sue funzioni la riscossione delle tasse e l’organizzazione delle difese del posto.

Jacques era un uomo alquanto sistematico e, dopo la nascita di Giovanna, non vollero tardare a sottoporla alla fasciatura, ripetendo la procedura effettuata in precedenza per gli altri figli. Come molti di noi sappiamo, e conviene sempre registrare tali cose per iscritto affinché la saggezza dello ieri e dell’oggi non vada persa nell’ignoranza del domani – ricordando che la Chiesa in passato fece attenzione a preservare la saggezza degli antichi in mezzo ai barbari – , le ossa tenere, se non ben sostenute, rischiano di deformarsi, oltreché non possiamo sottostimare i perigli originati dal calore che sfugge dal corpo dei piccoli.

L’ostetrica fece dunque assumere alla neonata le posizioni volute dagli arti, per darle bella forma, piegandola come necessario, prima di fasciarla con canapa scura. L’anziana indi strinse il naso alla bambina, perché il pianto le aprisse i polmoni, il petto già ben stretto. Giovanna però non pianse subito. Per un attimo Isabelle temette che fosse successo qualcosa di erroneo, che la vecchia avesse perso le abilità di altri tempi, o, tornandole il pensiero che fosse una strega malintenzionata, che volesse almeno uno dei suoi bimbi per sé, che le avesse deformato gli arti per poi deformarle l’anima e divorarla, ma Giovanna, infine, cominciò a piangere, facendosi ancora più rossa e umida. Tutta la tensione si placò. La portarono in chiesa per ringraziare San Romarico, San Colombano, Santa Margherita, la badessa Gisella e ovviamente domine Dio per la nascita della loro seconda figlia, Giovanna Romée.

Il cognome di Isabelle non proveniva dalla sua famiglia, ma da una delle sue gesta. Era quindi una conquista: assai devota, aveva realizzato un pellegrinaggio a Roma, che intendeva ripetere prima di morire; oppure eseguirne un altro, verso San Giacomo di Compostella. In parte scherzosamente, diceva di voler conoscere pure l’Irlanda, per poter visitare il luogo di nascita di San Colombano e vedere il miracoloso mulino costruito dall’abate San Féchín con le sue proprie mani, che non macina nel giorno del Signore, ma la distanza era troppo grande e per di più si diceva che alle donne era vietato entrarvi. Meglio risparmiare ai piedi nuovi calli.

Il viaggio lungo la Via Francigena era iniziato come uno slancio d’ardito fervore, quest’ultimo imprescindibile tra i valichi delle Alpi, dove si nascondevano e girovagavano numerose bande di briganti.

Armata di un crocifisso e nient’altro, l’aria gelida imporporando di un leggero rossore le sue gote, altrimenti candide come la neve di quei monti, per grazia di Dio Isabelle non era stata disturbata né tantomeno aggredita da alcun bandito, il suo gruppo di pellegrini sorpassando le montagne quasi incolume. Avrebbero avuto una sola perdita, quella di un uomo pio ma che era già alquanto malato. Non aveva resistito al freddo. Era caduto con la faccia sulla neve e non si era più risollevato. Indi avevano giudicato che fosse meglio proseguire senza seppellirlo.

Chiesero perdono a domine Dio per tale mancanza, ma restare lì più a lungo avrebbe potuto significare condividere la stessa fine o essere visti ed inseguiti da persone pericolose. Almeno avrebbero trovato più avanti alcuni ospedali, nei quali era possibile riposare i piedi e salvaguardarsi dai fuorilegge.

Valicate le Alpi, intendevano fermarsi a Lucca per poter contemplare una meraviglia della vera fede, cioè il Saint Vou, il Volto Santo.

Se qualcuno nella sua ignoranza ancora non sa di cosa si tratti – che non si vergogni se non è come certi giovani dei nostri giorni, che credono di sapere tutto e non pongono domande, ai quali dunque è meglio esporre le cose come se avessero richiesto risposte assai articolate – , spiego che è un crocifisso della cattedrale di San Martino, alto come un uomo fra i più alti e largo quasi come due donne, nel quale gli occhi del volto del Salvatore rilucono con una miracolosa maestà. Mi raccomando che si dirigano a Lucca coloro che non lo hanno mai visto.

Il santo angelo mi ha rivelato che un giorno, se non parleremo spesso delle cose sacre, esse saranno dimenticate e la croce del Signore sarà considerata pura follia. Saranno tali forse i tempi dell’Anticristo, allorché sarà il barlume di vecchie fonti a salvare alcune anime dal Lago di Fuoco. Ci pare che siano cominciati proprio in codesti giorni i tempi nei quali l’ignoranza prevarrà, e pochi saranno i beati che contempleranno il volto di Dio per tutta l’eternità. Eppure speriamo che si possa aumentare il numero di questi pochi; di ciò il Signore ne sarà soddisfatto.

Il Volto Santo, quello che si può vedere in questo mondo, fu prodotto in oriente da San Nicodemo, difensore di Gesù, che chiese al Re dei re, dopo aver concluso il busto, un’elevata ispirazione affinché riuscisse a plasmare le sacre sembianze nel più perfetto dei modi.

Taluni affermano che un angelo lo aiutò nell’esecuzione del lavoro, oppure che diversi angeli scolpirono il viso mentre il sant’uomo era assopito. Comunque, dopo settecento anni sepolto, lo stesso Nicodemo avendolo nascosto nei sotterranei di una grotta, fu riscoperto dal vescovo Gualfredo, che lo adagiò su una nave veleggiante piena di candele e lo lasciò andare, dopo averlo ricoperto con uno strato di bitume, verso alcuno luogo scelto dalla Divina Provvidenza, dove lo avrebbero adorato nel modo che più gli si addiceva, perché c’era troppa empietà nelle sue terre.

La barca raggiunse il porto di Luni. Quella stessa sera, un angelo apparse in sogno al vescovo Giovanni di Lucca, dicendogli:

- Vai a chiamare i tuoi fratelli e andate al porto di Luni, poiché colà troverete la più preziosa rappresentazione di Cristo crocifisso che sia mai stata prodotta.

Il vescovo si destò affannoso e pallido in viso, precipitandosi verso il porto insieme a preti e laici. Lì, dopo essersi meravigliato della bellezza del crocefisso ligneo, lo collocò in un carro trainato da due tori feroci, che in sua presenza divennero mansueti. In cotal guisa il Volto Santo arrivò a Lucca.

- Signore, umilmente vi chiedo di estendere la vostra protezione su di noi, - Isabelle aveva così pregato dinanzi al magnifico oggetto sacro, catturata da un sereno ardore che non aveva mai sperimentato prima in vita sua, e che avrebbe provato un’altra volta dentro la Basilica di San Pietro a Roma, mentre baciava l’alluce del piede della statua del santo, la pietra primordiale su cui poggia la Chiesa. Proprio in quel momento, in preda alla riverenza e al timore, si era domandata se sarebbe stata degna, allorché fosse giunta l’ora sua, che l’Apostolo impiegasse a suo favore le chiavi del Cielo.

Quando alfine era arrivata sul Monte Gaudio, fra i colli della Città Eterna il più vicino alle glorie celesti, la madre della piccola Giovanna aveva accantonato le preoccupazioni e si era lasciata riempire da una gioia radiosa. Nonostante fosse molto presto, il sole era già alto e, insieme al resto dei pellegrini, aveva pregato e cantato allo stesso tempo che ammirava il paesaggio che si stagliava davanti a loro, con le sue chiese e rovine, case e palazzi. Intonavano parole di lode ai martiri dei tempi antichi:

- L’hanno purificata con il sangue. A cominciare da Pietro stesso! - Si ricordava bene di queste frasi, appartenenti al sermone pronunciato dal più vecchio fra i pellegrini, un monaco dai radi capelli canuti ch’era a proposito uno dei più esaltati.

Era di statura mezzana, che tendeva però più al basso che all’alto; ma nonostante l’anziana età aveva ancora belle forme in tutto il corpo, ben complesso, sano e forte a sostenere le fatiche dei viaggi.

Erano andati insieme alla chiesa di San Paolo, a San Giovanni in Laterano, alla basilica di Santa Maria Maggiore e a Santa Maria della Rotonda, grande emblema del trionfo cristiano sull’idolatria.

Riuniti in preghiera nel Colosseo, avevano colto la perfetta occasione per rammentare i martiri in quel tempio pagano ove molti di loro hanno perso la vita, ancora in piedi come per ricordare la finta perennità di Roma. Penso alla profezia di Beda il Venerabile, che può servire da guida a coloro che si dimenticano di essere creature transitorie, poiché addirittura Roma un giorno diverrà polvere: “Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo”.

Come loro guida, i pellegrini contavano su una copia dell’Itinerario di Einsiedeln2, che apparteneva a un cavaliere di mezza età, un tizio non solo devoto ma curiosissimo, sempre pronto a dare suggerimenti:

- Ora ci manca visitare la basilica di Santa Croce, ove potremo rimpiangere la perdita di Gerusalemme. Magari, per merito dei dolori e delle lacrime dei pellegrini, Dio ci manderà dal Cielo una milizia angelica, oppure un unico angelo bello e puro come una vergine, che ricondurrà gli armigeri cristiani nella riconquista della Città Santa, che sarà per sempre libera dagli infedeli quando il Signore nostro ritornerà! - Il suo entusiasmo sminuendo sulla via del rimpatrio, durante la quale si sarebbe limitato a proferire qualche scorrettezza contro gli inglesi, paragonandoli ai saraceni.

I passi di ritorno erano più pesanti. Prevalevano la fatica e l’aspettativa di rientrare a casa.

Isabelle si ricordava che, quando era tornata a Domrémy, si alternavano in lei la malinconia e la pienezza di spirito.

La pienezza era stata figlia dell’intento raggiunto. La malinconia del rendersi conto che quei santi luoghi erano ormai lontani, a differenza della guerra, una tempesta in mezzo alla quale metteva in luce una nuova vita. Mentre andava con la famiglia in chiesa a battezzare Giovannina, la sua Jeanette, la malinconia era comprensibile per le armi che talvolta scorgeva in mano alle ombre, lame e aste che subito svanivano.

Quell’attimo di felicità della famiglia d’Arc non significava quindi che le gravi ragioni per preoccuparsi non esistessero più: la crudeltà del conflitto che opponeva francesi e inglesi, che durava da quasi ottant’anni, era palese ovunque. Di recente trovati nelle adiacenze del villaggio corpi scorticati che pendevano dagli alberi, oltre ad altri sventrati sulla terra.

Desiderosi di una ventata di pace, Jacques e Isabelle avevano battezzato la loro prima figlia in onore di Santa Caterina d’Alessandria, la virtuosa martire. Per la seconda avevano prima pensato a Gisella, ma avevano finito per scegliere Giovanna, così come Jean un riferimento al dolce e saggio apostolo, come se per mezzo del battesimo si potesse trovare un antidoto al veleno della sanguinolenza. Eppure, se fosse stato un altro ragazzino, lo avrebbero chiamato Carlo, siccome attraverso le mani di un uomo la pace si sarebbe potuta ottenere anche con la spada; o con il martello.

Era sempre andata ai battesimi dei figli assieme al marito. Subito dopo assisteva alla messa. Gli usi e costumi di Domrémy a riguardo della puerpera si basavano sulla risposta di San Gregorio Magno ad Agostino di Canterbury: “Secondo l’insegnamento del Vecchio Testamento, la puerpera dovrebbe dovrebbe restare lontana per 60 giorni avendo partorito una femmina. Tuttavia ciò deve essere inteso in senso traslato. Perché se una donna entra in chiesa anche nella stessa ora del parto, allo scopo di ringraziare, ella non è colpevole di alcun peccato. È il piacere della carne, non il dolore, che è una colpa. Infatti è nel rapporto della carne che giace il piacere; perché nel dare alla luce un bambino c’è dolore. Perciò, quando si proibisce a una donna che ha dato alla luce di entrare in chiesa, dovremmo riconoscere la sua punizione come un peccato. Questo non è qualcosa di assennato da fare, ” le donne del luogo si limitavano dunque ad astenersi per quaranta giorni dai rapporti carnali con il marito. Si dedicavano intanto ad avvolgere soltanto la prole con tutto il loro amore, accogliente e caloroso come il vello bianco messo attorno al corpicino di Giovanna dopo l’aspersione dell’acqua.

- Siamo nati tutti dal peccato, e ancor più maculate le donne, a causa dell’errore di Eva, che cedette alla tentazione del Serpente, ma grazie al nostro Salvatore abbiamo la possibilità di essere redenti e di entrare nel Regno dei Cieli, - il prete disse fissando la madre, commossa con la bimba in braccio. - Basta per questo che il Signore riconosca la nostra fede. Si aprono così i domini della libertà, il potere del Maligno non essendo più in grado di toccarci senza il nostro permesso, poiché diventiamo parte del corpo di Dio. Or dunque, quando siamo bambini riceviamo l’acqua; solo il tempo dirà se riceveremo un nuovo battesimo, attraverso il sangue o per mezzo del fuoco, - menzionati questi due elementi, Isabelle sentì una stretta al cuore. Una sensazione spiacevole prese il sopravvento sulle sue emozioni. Per guarirsi, premette la piccolina al suo seno, che era freddo. Si riscaldò in un fuoco ameno. Il suo cuore si stava espandendo.

Giurò a sé stessa che, fintantoché fosse rimasta in vita, non avrebbe mai permesso a Giovanna di allontanarsi da lei. Avrebbe concesso tutto di sé per tenersela vicina, al sicuro, avviluppata dalla bontà di Dio, in benedizione alla famiglia. La baciò mentre tastava la serenità.

Non era successo nulla di eccezionale al di là della nascita di una bambina – per quanto straordinario sia il miracolo della vita – , ma c’erano tantissimi pargoli da ancora nascere e migliaia di avvenimenti da succedere.



1 “Di sette libbre di pepe il debito dei monetieri di Remiremont.”

2Itinerario scritto nell’ottavo secolo d.C. Includeva non soltanto i luoghi cristiani come pure gli antichi monumenti romani.

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