Umiliati ed Esaltati : Capitolo III

 

O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia.- Salmi, 72:1


Il centro dello sfarzoso strascico appena arrivato a Boulogne-sur-Mer era un ragazzino sugli otto anni, dal volto sbiadito, ma il cui mantello cremisi che pendeva dalle sue spalle, addobbato d’oro e d’argento, avrebbe potuto rivestire un talamo.

Sotto di esso, indossava una pesante tunica imbottita di color porpora, e i suoi capelli chiari, molto ben pettinati, erano cinti da una corona aperta costituita da quattro piastre rettangolari crivellate di pietre preziose, intestate da una croce: quella era la corona di Carlo Magno, la corona del re dei franchi. E quel bambino, che un anno prima sua madre aveva visto inchinarsi con lo sguardo intimorito, mordicchiando il labbro inferiore, mentre era incoronato re associato al padre – allora ancora vivo – , era il re Filippo.

La regina Anna rammentava che, una volta conclusa la cerimonia d’incoronazione, quando nella stanza del giovanissimo sovrano avevano intorno soltanto le nutrici, Filippo era scoppiato a piangere. Aveva dovuto abbracciarlo e coccolarlo:

- Non ti preoccupare, figliolo mio. Sarai un gran re, - anni or sono aveva versato qualche lacrima pure lei, dopo la sua cerimonia, nella quale la corona di regina era stata posata sulla sua testa dall’arcivescovo di Sens, dopodiché costui aveva pronunciato solennemente le seguenti parole:

- Accettate la corona, madonna Anna, in maniera tale che risplenderete dinanzi a Dio, che vi consacrerà e vi riceverà con eterna gioia. Madonna Anna, conservate la corona dell’eccellenza reale, posta sul vostro capo dalle mani indegne dei vescovi, ma che proprio come esternamente riluce, circondata da oro e gemme, così anche internamente dovrà essere adornata con l’oro della saggezza e le gemme di virtù, che vi permetteranno, dopo la fine di questo mondo, di degnamente e lodevolmente incontrare Gesù Cristo, l’Eterno Sposo, insieme alle sante vergini. Grazie a questa corona spirituale, meriterete di entrare nel Palazzo della Corte Celeste attraverso la porta principale, scortata dagli angeli e dal Signore nostro in persona, - le sue mani unite sudavano, ma non tremavano.

Allora erano stati comunicati i ruoli e le responsabilità della regina, che comprendevano il governo congiunto con il marito, la castità e la fertilità nel matrimonio e la promozione della virtù e della vera fede.

- Molto mi onorate per avermi scelto come tutore del re, - prima si erano tutti inginocchiati dinanzi a Filippo nella sala grande del castello del conte di Boulogne; indi questi era stato il primo ad alzarsi e ad avvicinarsi per parlare alla regina dei franchi, seguito dalla sua moglie.

Anna era una donna dotata di una bellezza sfolgorante e di uno sguardo altezzoso che in quei giorni forse intimidiva coloro che si appropinquavano, tanto che i passi di Eustachio erano stati cauti.

Non sempre era stato così. Era una persona molto diversa quando era arrivata in Gallia per sposarsi con il re Enrico. Era una fanciulla impacciata, esitante a riguardo del nuovo mondo che aveva trovato attorno a sé.

Non erano pochi quelli che dubitavano che fosse capace di compiere il dovere di diffondere la fede e le virtù cristiane. Alcuni dubitavano addirittura che fosse cristiana. Sussurravano che veniva dalle terre degli sciti, ancora sovrappopolate di pagani, e che forse ci sarebbe stato bisogno di un nuovo battesimo. Ma almeno l’arcivescovo di Sens l’aveva difesa, aveva dichiarato che era legittimo il battesimo orientale, e che il battesimo non era un sacramento qualunque, da poter essere ripetuto in vano.

Lei aveva suggerito a Enrico che chiamassero Filippo il loro figlio, sia perché si diceva che l’apostolo Filippo avesse convertito gli sciti, sia perché era quello il nome del padre di Alessandro Magno.

Il re aveva accettato il suo suggerimento. Specie per la seconda ragione. Lei pensava alla prima.

Figlia del principe Jaroslav di Kiev, la corona aperta che le cingeva la testa presentava tre croci, una frontale e due più indietro. Alcune piastre avevano gioielli incastonati, le altre con icone di santi. Così rendeva gloria a Dio, al regno dei franchi e a quello di suo padre.

Il suo lungo vestito disadorno, in viola scuro, era invece di lutto per cagione del marito morto pochi mesi innanzi. Non portava nemmeno anelli nelle sue dita.

Tutto molto diverso in paragone al suo giorno d’arrivo in occidente. Portava allora, appesi alle tempie, dei ryasnas, addobbi realizzati a forma di catene che collegavano anelli di metalli preziosi a medaglioni cavi, i suoi costituiti ciascuno da una coppia di facce d’oro orlate di perle. Venivano rappresentati in esse uccelli e altri animali, attorno a un’immagine stilizzata di un albero che ricordava una croce.

I ryasnas pendevano da una cuffia cerimoniale e Anna aveva aperto i medaglioni per meravigliare Enrico con quello che celavano: pezzi di stoffa impregnati di fragranze raffinate, contenenti reliquie come ciocche di capelli di San Cirillo Monaco, l’apostolo degli slavi.

Li aveva usati un’altra volta nel funerale del marito, per poi consegnargli alla sua unica figlia, Emma.

Nonostante la sua quasi immobilità in quel momento, gli anni l’avevano fatta diventare una donna di notevole dinamismo, abile sia nel maneggiare le redini dei cavalli sia quelle dell’azione politica. Aveva imparato la lingua franca quando tanti ancora la chiamavano “la principessa dei barbari”. Poco più di un anno era trascorso ed era stata capace di esprimersi con un accento quasi impercettibile. Fintanto che era vissuto il re Enrico, molti dei suoi decreti portavano l’iscrizione “con il consentimento della mia moglie Anna”, oppure “alla presenza della regina Anna”.

Era per di più paragonata alla biblica Ester dai cronisti di corte; una dimostrazione su quanto fosse apprezzata dal consorte e, di conseguenza, su quanto doveva esserlo dai suoi sudditi.

Malgrado ciò, Anna non avrebbe mai rinnegato le sue origini. Nei documenti ufficiali, firmava impiegando le lettere dell’alfabeto della sua lingua slava paterna: Ана Ръина, cioè, Anna Regina,

- Siete voi ad onorarci con il vostro ricevimento e i doni che avete da offrire al re, - fu la risposta che diede a Eustachio di Boulogne.

- Non facciamo niente di più che adempiere al nostro obbligo.

Anna aveva già visto i regali, il primo, che lo stesso Eustachio aveva tra le sue mani, un reliquiario smaltato che conteneva delle unghie di Sant’Audomaro.

Successivamente i paggi presentarono i doni simbolici dei figli del conte, Goffredo ed Eustacchio III. Dal volto di Filippo, dopo che aprì il primo scrigno, sfuggì un piccolo sorriso, che si espanse appena aperto il secondo. Eustacchio II non riuscì a nascondere la propria soddisfazione.

Il primo regalo era un pupazzo di cavaliere, scolpito in legno, con frammenti di topazio nel suo mantello, la stessa materia dei suoi occhi. Lo prese subito in mano e lo strinse leggermente.

Adagiato sulla seta, c’era invece un cavalletto di stoffa, in berillo azzurro i suoi occhi dal bagliore vitreo.

Si percepiva che Filippo non vedeva l’ora di poter giocare, ma il cerimoniale proseguì, con la distribuzione di altri regali da parte dell’aristocrazia della regione.

La regina dei franchi non voleva giocare come suo figlio, ma a un certo punto anche lei si stancò, e fu un gran sollievo essere condotta alla camera dove si sarebbe riposata, su un grande letto di lenzuola bianche, con a disposizione i servigi delle più gentili damigelle di Boulogne.


*


Il re fu ospitato nella stanza accanto a quella di sua madre, che aveva un letto egualmente ampio, i cui cuscini e i lenzuoli presentavano corone e gigli in fili dorati ricamati.

A Filippo piaceva avere uno spazio tutto per sé. Si stiracchiò sul materasso dopo che tutti uscirono, soltanto le guardie davanti alla porta. Soffocò uno sbadiglio, prima di afferrare i due giocattoli che gli erano per davvero piaciuti, il cavaliere e il cavalletto. Li accantonò però quando si ricordò di suo padre.

- Regnare è paragonabile a montare su un corsiero, - dopo aver d’un balzo saltato in groppa a uno dei suoi destrieri, aveva detto queste parole, pochi mesi prima di andarsene in Cielo. - In apparenza, siamo il suo padrone. Ma le sue gambe non ci obbediscono mai così facilmente, - il cavallo aveva sbuffato e il sovrano gli aveva dato una pacca al collo irsuto, seguita da carezze. Filippo si ricordava che quell’animale aveva sbuffato allo stesso modo in altre occasioni, ora indocile, cercando di scostarsi appena gli si erano avvicinati con la briglia, ora affettuoso, dondolando il muso come se desiderasse giocare, ma questo solo con suo padre. - E il peggio di tutto è che esistono cavalieri che fanno in modo che ai loro cavalli non piaccia più l’erba e preferiscano cibarsi di carne umana. Conosci la storia della fatica di Ercole in cui egli uccise dei cavalli mangiatori di uomini? - Filippo aveva scosso la testa per dire di no. - Tua madre la conosce meglio di me. Poi chiedile di raccontartela.

Suo padre era una specie di Ercole. Quando la sua fronte si aggrottava, e la sua bocca si riduceva a una specie di fessura, ciò era segno che intendeva risolvere i problemi con la spada.

Sul letto di morte, era talmente diverso, e talmente fragile, che a stento lo riconosceva.

- Regna saggiamente, Filippo. In primo luogo, segui i consigli di tua madre, - in una stretta disperata, le dita del ragazzino si erano aggrappate alla schiena del padre.

Perché Dio deve portarti via? È troppo presto, aveva avuto voglia di dire, ma si era trattenuto, senza afflosciare la presa.

- Le tue unghie sono troppo lunghe. Devi tagliartele prima che diventino zoccoli, - le successive parole dl padre, poiché le mani del bambino lo stavano artigliando.

Filippo non si ricordava di aver rilassato le dita. Ma doveva averlo fatto. Si ricordava piuttosto di aver le mani ghiacciate in seguito al ricevimento della notizia che il padre lo aveva lasciato, che era andato da Dio. Aveva poi cercato ad ogni costo di riscaldarle, protendendole verso le fiamme che la madre aveva ordinato che fossero accese nei suoi appartamenti. Stranamente faceva freddo in un mese estivo.

Il fumo lo aveva fatto tossire e aveva aumentato il bruciore negli occhi. Se dapprima aveva cercato di non piangere, a quel punto i suoi occhi si erano fatti acqua. Tutto intorno diventava vaporoso. Nebbioso. Forse era così che s’iniziava a morire, per poi veder sorgere il Paradiso?


*


I due figli di Ida ed Eustacchio non avevano preso parte alla cerimonia di ricevimento. Erano troppo piccoli e perciò erano restati nella loro stanza con le nutrici, che per entrambi servivano solo da compagnia. La signora di Boulogne vietava a qualsiasi altra donna di allattare il figlio minore, così com’era stato con il primogenito, poiché temeva che altri seni fossero contaminati da cattive condotte.

Aveva licenziato una giovane serva che aveva visto correre verso il mare con un abito troppo corto, incalzata da uno straccione mentre sghignazzavano. Le. aveva permesso di trascorrere la notte di Natale con la famiglia e retribuiva in tal modo alla generosità dei suoi signori? Come sapere se altre non avevano fatto o non facevano lo stesso o cose peggiori? Perciò non poteva confidare i suoi figli ai seni altrui.

Sperava che crescessero robusti e virtuosi e che diventassero buoni amici del re Filippo, che si rivelò un giovanotto di facile convivenza. Le serve dissero a Ida che, dopo che colpiva la porta per dare a intendere che aveva bisogno di qualcosa durante la notte, la sua vocina verso chi entrava era tremolante e ringraziava con enfasi qualunque piccolo dovere adempiuto. Qualora avesse continuato a comportarsi in siffatto modo, sarebbe divenuto un gran re, che avrebbe compiaciuto a tal punto il Dio vivente da assicurare cent’anni di benedizioni.

La regina Anna, con la quale Ida trovò affinità nelle cose della fede – alcune volte pregarono insieme alla Vergine – , rimase a Boulogne-sur-Mer per altre tre settimane. Indi si fece bisognoso che ritornasse alla corte di Parigi per adempiere alle responsabilità di governo, oltre al fatto che suo figliolo più piccolo, Ugo, aveva solo due anni e necessitava della sua attenzione.

- Vi capisco perfettamente, madonna. Non riesco neanche a immaginare come sarebbe per me restare per molto tempo lontana dai miei bambini, - Ida le aveva detto. - So che un giorno anche Goffredo e Eustacchio dovranno fare come il re e dovrò affidarli al ventre del mondo, oppure forse Goffredo al ventre della Chiesa. Ma per ora è come se fossero ancora nel mio grembo, chiuse le loro piccole ali,

- Che poi saranno grandi abbastanza per portarli fino in Cielo, dove noi li aspetteremo. Ma prima che questo succeda, passeranno ancora molti decenni, così speriamo.

Nel giorno della partenza della regina, Ida si avvide che il re Filippo, sul suo piccolo cavallo, faceva tutto ciò che gli era possibile per trattenere il pianto. Si stringeva le labbra e le premeva contro i denti; si aggrottava la fronte.

- Dovrete trattare i figli del conte Eustacchio come fossero i vostri fratellini, - fu il consiglio di sua madre. - Cercate di non essere mai bruto con loro.

- Sarò cortese con loro, mamma.

Eustacchio, irrequieto, si strofinava i lunghi e folti baffi biondi. Lì accanto c’erano anche due bambini nobili, paggi a servizio del conte. La contessa fino a quel momento aveva sorriso con amenità, ma nel vederli bisbigliare qualcosa l’uno all’orecchio dell’altro, e uno mettere la mano davanti alla bocca per bloccare lo scoppio di una risata, con l’altro che sorrideva in modo sardonico, li fissò con severità. Entrambi allora ebbero paura e ristabilirono la serietà opportuna.

- Affinché un figlio di Dio diventi un gran re, occorre che sia un gran gentiluomo. E i gentiluomini devono primeggiare per cortesia, ma anche per obbedienza. Perciò, mentre resterete in questa dimora, dovrete obbedire al conte come fosse vostro padre. Egli avrà molto da insegnarvi. Così come in futuro Dio vi insegnerà, e voi lo obbedirete, - proseguì la regina.

Eustacchio abbassò la mano, onde la bocca fosse libera per riprendere l’uso del verbo:

- Madonna, queste parole mi lasciano in imbarazzo, poiché la mia autorità non potrà mai paragonarsi a quella di Dio.

- San Paolo non scrisse per caso che colui che onora le autorità onora pure Dio? È alle Scritture che mi rifaccio. E come tutore, sarete per il re l’autorità finché egli non farà ritorno alla corte.

Il petto di Eustacchio si gonfiò discretamente e con brevità, tra la fiducia di sé e la gratitudine.

In quello stesso anno, si sarebbe rigonfiato, durante i mesi necessari, il ventre di Ida.

Il nuovo figlio, nato in una notte tempestosa, fu battezzato con il nome di Baldovino, lo stesso del conte di Fiandra, l’uomo che avrebbe aiutato la regina Anna nell’esercizio del potere durante la minorità del sovrano.

La contessa di Boulogne ricevette in quel periodo una lettera dal padre, in cui le faceva i complimenti per il fatto che aveva sotto la sua responsabilità il re dei franchi, il che dimostrava l’importanza del loro lignaggio. Inoltre si scusava perché ancora non aveva avuto il tempo di andare a Boulogne a conoscere Eustacchio III e il suo nipotino omonimo.

Ida si ricordò che un giorno anche lei era stata una bambina. Dei tempi in cui il suo ventre serviva esclusivamente per ricevere il cibo. Suo padre le diceva:

- Ma come mangia questa bimbetta! - Le faceva il solletico e lei per poco non si strozzava. Frammenti mezzo masticati di pane le sfuggivano dalle labbra mentre rideva e fingeva di protestare.

- Smettila, Goffredo! Stai esagerando! - Arrivavano le sberle di sua madre Doda, ben assestate sul Barbuto, che non sembrava nemmeno accorgersi di esse.

Alla piccola faceva male la pancia. E dopo aver riso tanto, non era mica facile riprendere il fiato!

A quei tempi, vedeva suo padre come fosse un gigante giocherellone. Più tardi, ai suoi occhi Goffredo il Barbuto era diventato simile a un eroe delle canzoni guerresche. Poi aveva cominciato ad affliggersi per le notizie di ribellione contro l’imperatore. Ma per grazia di Dio egli era ancora vivo e, con la morte di Enrico, era divenuto uno degli uomini più potenti al mondo. Era riuscito a far diventare papa lo zio Federico e adesso aveva come amico Niccolò II. Lei dunque comprendeva che non gli rimaneva tempo per visitare i nipotini. Eppure questo non la impediva di scrivergli l’ennesima lettera in cui lo invitava a venire a Boulogne-sur-Mer.

Avrebbe potuto conoscere anche il neonato Baldovino.

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