Vita e Tentazione di Giovanna d'Arco - Capitolo VIII: La nascita di Giovanna

 

L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma quale profitto può ottenere dalla scienza senza il timore di Dio? È più apprezzabile, anzi, un umile contadino che serva il Signore di un filoso che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo, ma trascuri il prossimo. Colui che conosce bene a sé medesimo si disprezza, diffida di sé stesso e non si compiace delle umane lodi: in questa storia saranno tessuti elogi a domine Dio e a quei semplici di nascita capaci di non soltanto far spuntare e aprire i germogli, ma pure di partorire stelle.

Sotto incerte nubi in un cielo cupo, si fece chiara una povera donna che era sbranata da dentro: nessuna parola intelligibile usciva dalla sua bocca perché azzannava con tutte le sue forze lo straccio di tessuto che le aveva consegnato l’ostetrica. Maledetta strega! Fra i suoi pensieri non riuscì a non insultarla. L’infuso a base di erbe e fiori che la vecchia le aveva dato per permetterle di sopportare i dolori del parto si era rivelato inutile. Era servito solo a farle venire le vertigini, indi provando la tentazione di addormentarsi – allora forse il dolore l’avrebbe lasciata – , ma una delle vicine le urlò all’orecchio:

- Apri gli occhi, Isabelle! Non puoi addormentarti!

Tornò a sé spaventata e un’altra volta addentò con determinazione il suo drappo vitale.

Allorché fosse tutto finito, avrebbe ringraziato Dio e suo marito Jacques, che le aveva permesso di riposarsi dai doveri domestici appena il suo ventre aveva reso manifesto un modesto gonfiore.

Con la pancia poi ben cresciuta, Isabelle Romée era andata in chiesa a fianco del suo consorte per ricevere la benedizione del sacerdote e si era ritirata nella stanza dove si trovava ormai da alquanti dii. Non si faceva un’idea precisa di quanti. La finestra era aperta parzialmente, affinché entrasse un po’ d’aria fresca; era per la maggior parte coperta dalla tenda perché l’ostetrica diceva spesso che troppa luce avrebbe potuto danneggiare gli occhi della madre.

Siccome la sua vista funzionava assai bene, e poscia le altre quattro nascite non era avvenuto niente di male nell’ubbidire alle istruzioni della vecchia, meglio non cambiare nulla. Eppure nei parti precedenti non si era fidata di nessuno dei suoi filtri. Le era venuto il pensiero di incantesimi e di veleni che avrebbero potuto arrecare danni a lei o ai suoi figli. Ma stavolta era talmente stanca di soffrire per il dolore, così ansiosa di un travaglio meno afflittivo, che aveva accettato la pozione… nondimeno tutto era stato vano. Il dolore era ancora più atroce, al contempo che la realtà intorno sembrava più evanescente. Vi soggiaceva un mondo di nebbie che intendeva attirarla verso di sé; questo esisteva come l’unica cosa in grado di porre fine alla sua sofferenza, ma al costo che scomparisse. Quello pareva vivo, simile ad una presenza demoniaca che l’avrebbe trascinata in direzione alla seconda morte.

Guardò verso uno dei crocifissi inchiodati alla parete e tornò a mordere con grandissima veemenza. Nella sua anima pregò a Santa Margherita, inghiottita dal drago, ma gettata fuori grazie alla croce che portava seco.

Con il caldo che l’assaliva, si sentiva immersa in uno sbuffo, in una zaffata di zolfo; ma avevano già spento il focolare dietro sua richiesta. Era vicinissima alla bocca del drago, impossibile percepire l’inverno. Fintanto che non udì il pianto del bambino. Fragile e ignudo, era forse inevitabile per lui provare il freddo; piangeva anche per siffatta ragione.

Uscì dopo l’ultimo morso del drago, del serpente che ha fatto condannare Eva e le sue figlie a quella pena. Isabelle liberò la bocca dalla stretta e unì il suo pianto a quello del pargoletto. Ringraziò il Signore nostro per il neonato e per le lacrime. Benedì le vicine che erano venute in suo aiuto e pure l’anziana ostetrica, dalle mani rugose ma salde, che le comunicò allora che aveva appena avuto una bambina. Magari non fosse una fattucchiera. Tanto che, prima di prendere congedo, depose in una scodella il cordone ombelicale, ch’è un qualcosa di molto ambito dalle streghe.

- Vado a chiamare il padre, - disse, e Isabelle, ansante, annuì, sistemò la testa sul cuscino e distese le gambe.

Ora gli uomini avrebbero potuto entrare.

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