L'Arciere del Re, di Bernard Cornwell - Recensione


 

METTI UN GATTO A SORVEGLIARE LE PECORE E I LUPI MANGERANNO A VOLONTÀ”

Mi sono approcciato alla lettura di questo libro avendo in mente un’opera incentrata sui campi di battaglia della Guerra dei Cent’anni e ho trovato proprio quello che mi aspettavo.

La trama ha inizio in una domenica di Pasqua in cui le truppe francesi di Sir Guillaume ‘Evecque sbarcano sulla costa inglese, a Hookton, un paese di pescatori che tuttavia custodisce un’importantissima reliquia: la lancia con cui San Giorgio trafisse il leggendario drago; o perlomeno così sostiene Padre Ralph, il parroco del piccolo e indifeso villaggio, che è saccheggiato da quaranta armigeri. Non sembrano esserci speranze.

Un uomo misterioso, lo stesso che ha pagato Sir Guillaume per condurlo a Hookton, fa levare dal tetto della chiesa, nella quale era conservata, la preziosa reliquia.

Thomas, il figlio bastardo di padre Ralph, è uno dei cinque individui incaricati di sorvegliare l'altare nella notte di Pasqua, seguendo la tradizione del posto.

Consapevole però dell'impossibilità di difendersi da un nemico così terribile con il ferro arrugginito che porta come spada, scappa dalla chiesa e, raccolti arco e frecce, se la dà a gambe nei boschi. Comincia in questo modo la sua carriera di arciere.

Conclusosi il saccheggio, i francesi se ne vanno, lasciandosi alle spalle un paese distrutto. Padre Ralph è morto nel tentativo di difendere la reliquia, ucciso dal misterioso personaggio vestito di nero che si fa chiamare Harlequin.

Di lì in poi il protagonista parte in cerca di vendetta e con lo scopo di recuperare la lancia. Tuttavia, si perde a metà della strada a causa delle numerose distrazioni che la vita gli propone e va a unirsi all’esercito inglese come arciere.

Se all’inizio Thomas sembra un personaggio proattivo, un problema è che più avanti dimostra di avere un carattere debole e disperso. Invece di perseguire l’obiettivo della vendetta, per un certo tempo non vuole fare altro che ubriacarsi e litigare.

Un personaggio costruito in tal modo può anche essere realistico, ma non è accattivante. Un uomo senza uno scopo nella vita perde il suo splendore e lo stesso può accadere a un protagonista. Se fosse stato un personaggio secondario, il problema sarebbe stato minore.

Questo contribuisce al fatto che il libro sia lento all’inizio e che le prime settanta pagine possano non accattivare subito il lettore, diversamente da quanto avviene in altri libri di Cornwell, come ad esempio nella saga “Il Romanzo di Excalibur”.

Eppure, procedendo nella lettura, “L’Arciere” acquista un maggiore dinamismo con il susseguirsi delle azioni e delle battaglie, che, come al solito in tutti i libri di questo autore che mi sono capitati fra le mani, permettono uno straordinario livello di immersione.

Posso dire che ero lì… in mezzo al rumore assordante dei tamburi, alle grida di guerra e agli ululati di dolore.

Udii lo schianto dell’acciaio contro l’acciaio e sentii tremare il terreno sotto i piedi della spaventosa cavalleria che veniva verso di me.

Provavo il terrore dell’uomo che si trovava accanto a me e testimoniai la follia della battaglia che si impadroniva di tanti altri.

Cornwell ci dimostra le sue abilità da narratore immedesimandoci con la vicenda anche se il romanzo cambia di punto di vista talvolta nello stesso capitolo. È tutto narrato in terza persona ed è diviso in tre parti, a simboleggiare i luoghi in cui Thomas prende parte a dei combattimenti: Bretagna, Normandia e Crécy, quest’ultimo il villaggio nei pressi del quale ebbe luogo una delle più importanti battaglie delle Guerra dei Cent’anni.

La violenza presente nella trama mi ha portato alcune volte a pensare all’Elogio della Guerra del celebre trovatore Bertran de Born (citato da Dante come Bertram dal Bornio):

Molto mi piace la lieta stagione di primavera che fa spuntar foglie e fiori, e mi piace quando odo la festa degli uccelli che fan risuonare il loro canto pel bosco, e mi piace quando vedo su pei prati tende e padiglioni rizzati, ed ho grande allegrezza.

Quando per la campagna vedo a schiera cavalieri e cavalli armati. E mi piace quando gli scorridori mettono in fuga le genti con ogni lor roba, e mi piace quando vedo dietro a loro gran numero di armati avanzar tutti insieme, e mi compiaccio nel mio cuore quando vedo assediar forti castelli e i baluardi rovinati in breccia, e vedo l’esercito sul vallo che tutto intorno è cinto di fossati con fitte palizzate di robuste palanche.

Ed altresì mi piace quando vedo che il signore è il primo all’assalto a cavallo, armato, senza tema, che ai suoi infonde ardire così, con gagliardo valore; e poi ch’è ingaggiata la mischia ciascuno deve essere pronto volenteroso a seguirlo chè niuno è avuto in pregio se non ha molti colpi preso e dato. Mazze ferrate e brandi1, elmi di vario colore, scudi forare e fracassare vedremo al primo scontrarsi e più vassalli insieme colpire, onde erreranno sbandati i cavalli dei morti e dei feriti.

E quando sarà entrato nella mischia, ogni uomo d’alto sangue non pensi che a mozzare teste e braccia: meglio morto che vivo e sconfitto! Io vi dico che non mi da tanto gusto mangiare, bere o dormire, come quand’odo gridare “All’assalto” da ambo le parti e annitrire cavalli sciolti per l’ombra e odo gridare “Aiuta! Aiuta!” e vedo cadere pei fossati umili e grandi fra l’erbe, e vedo i morti che attraverso il petto han troncon di lancia coi pennoncelli. Baroni date a pegno castelli borgate e città, piuttosto che cessare di guerreggiarvi l’un l’altro. Papiol2, volenteroso, al signore Si-e-No3 vattene presto e digli che troppo sta in pace.”

(traduzione dalla lingua d’oc di A. Roncaglia).

Nell’appendice del libro, l’autore ci riporta una nota storica, in cui espone ciò che è stato romanzato e ciò che è verità storica.

Consiglio questo romanzo, che è il primo di una serie in quattro volumi (composta oltre che dall’opera in questione da Il cavaliere nero, da La spada e il calice e da L’eroe di Poitiers), a tutti quei lettori che amano libri con uno sfondo storico davvero accurato e a cui piacciono storie più lente e piene di dettagli, poiché nonostante alcuni aspetti avventurosi non si tratta di un libro con la velocità narrativa di un thriller.


1Spade.

2 Probabilmente il nome di un paggio o di un giullare

3 Quasi certamente si riferisce a Riccardo Cuor di Leone. All’epoca lo chiamavano Riccardo Oc e No (“Si e No”), tanto era volubile, dato a fluttuazioni di umore e propenso a tentennamenti.

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