La lupa, il cigno e l'aquila - La morte di papa Gregorio VII

 

Anselmo di Lucca era andato a Salerno per prendere parte al Concilio. Matilde gli aveva chiesto di prolungare al più possibile la sua permanenza in quella città onde consolare ed aiutare il papa, ma invece di vederlo migliorare lo vedeva giungere all’apice di una malattia che i medici non riuscivano a curare, disteso a letto con la faccia che era di un giallo livido, il camice e i capelli madidi di sudore, la sua voce irriconoscibile.

- Oh Simon mago, oh miseri seguaci suoi, che prostituite le cose di Dio, che dovrebbero essere spose di bontà, conviene che per voi suoni la tromba, - parlava a tratti, con gli occhi quasi sempre chiusi, in un modo che non sempre era coerente. Sembrava tormentato da forti dolori. - Me lo dovete promettere... - quando spalancò le palpebre, non guardava nessuno in specifico, i suoi occhi direzionati verso il vuoto; Anselmo ne dedusse che si rivolgeva a tutti i presenti. Oltre al vescovo di Lucca, erano lì Oddone di Lagery e Desiderio di Montecassino. L’arcivescovo Alfano, che era diventato uno dei medici di Gregorio ed aveva acquistato la sua fiducia negli ultimi mesi, aveva spedito una lettera in cui chiedeva a quest’ultimo di, nonostante fosse appena rientrato a Montecassino una volta finito il Concilio, tornare subito a Salerno, e non solo: gli pregava di portare seco i migliori cantori fra i suoi monaci, perché il papa voleva ascoltare sul suo letto il canto dei carmi dello stesso Alfano ma partendo dalle labbra di quegli angeli in terra. Chissà se non cercava un metodo alternativo per curare il Pontefice. Eppure i cantori non erano lì in quel momento, ma vi erano soltanto i quattro la cui presenza il papa aveva sollecitato, mettendo in risalto l’urgenza delle questioni da trattare con loro.

- Che cosa volete sentirci promettere, Santo Padre? - Gli domandò Oddone, ch’era inginocchiato accanto al suo letto.

- Ho avuto delle visioni. Ho visto uomini seppelliti a testa in giù, con i piedi che fuori dalla terra sbattevano contro l’aria, i polpastrelli delle dita spellati e bruciacchiati, con sopra di loro strani anelli di fuoco, che all’improvviso facevano discendere fiammelle, le quali accarezzavano malignamente le piante dei piedi. C’era un forte odore di bruciato, ve lo dico, e sono rimasto sollevato perché mi è stato assicurato che in quel luogo dopo la morte non ci andrò.

- Sicuramente la vostra anima non andrà in nessun brutto luogo. Siete un uomo pio, ma non parlate adesso di morte perché questa è ancora lontana da voi. Dio vi permetterà di rialzarvi con il doppio delle forze.

- Tutti gli uomini devono morire. Stai zitto per qualche attimo e ascoltami, perché non ho finito, - spostava la testa da un lato all’altro; sembrava febbricitante. - I dannati di quella visione mi rattristarono perché erano gente di Chiesa. Erano simoniaci. Lo seppi sia dalle loro voci tartaglianti, soffocate dalla sabbia scottante e dalla terra rovente, sia da un’altra voce che mi colpiva dall’alto. Mi ricordai di ciò che mi aveva raccontato Pier Damiani, egli sì un uomo pio e santo, nel riferirmi la visione da lui avuta riguardante un vecchio conte lorenese che, dopo aver usurpato una proprietà della chiesa di Metz, era stato dannato a starsene su una scala a pioli fasciata dalle fiamme e a discendere gradino dopo gradino verso l’abisso al sopraggiungere di ogni nuovo erede. Mi ricordai, a onor del vero, di tante altre cose, - allora si tirò su, come se avesse radunato tutte le poche forze che gli rimanevano. Anselmo sentì il sangue gelarglisi, perché Gregorio aveva ora gli occhi su di lui. Non sembrava un semplice uomo. Aveva assunto le sembianze di un profeta visitato dallo Spirito Santo. - Così come Gesù affidò sua madre a Giovanni, in simil modo io, per quanto sia un verme in paragone al Signore nostro, vi affido, mio buon Anselmo, la mia figliola Matilde. Esortatela, attraverso l’esempio e il verbo, a continuare ad opporsi allo scisma e alla simonia. La voce celeste mi disse pure che il peccato di Simone il mago procura che la Chiesa, la quale è sposa di Cristo, sia ingravidata dallo spirito maligno, e in tal guisa costringe Dio ad allevare figli bastardi e a diseredare i legittimi. Spero che mi stiate seguendo, che stiate capendo le parole di Dio, - e sollevò lo sguardo, dirigendolo non più verso nessuno di loro, ma verso l’alto. - Tutti voi, promettetemi dunque che non permetterete che colei che si siede sopra le acque puttaneggi coi re, - e pian piano si adagiò di nuovo sul materasso.

Anselmo lo aveva compreso. Si mise in ginocchia e a testa bassa pronunciò la sua promessa:

- Ve lo giuro, Santo Padre, che sarà attraverso di me adempiuta la volontà di Dio. Che io sia uno strumento degno, così come lo siete voi.

- Anch’io ve lo prometto, e prego il Signore perché Roma mai più ridiventi la bestia divoratrice di cristiani che un giorno lo è stata, - giurò Desiderio di Montecassino.

- Amai la giustizia, odiai l’iniquità e per questo muoio in esilio. Ma voi morirete a casa nostra.

Anselmo rialzò il capo e si rimise in piedi di scatto. Oddone era sul punto di dire qualcosa, ma la sua bocca rimase socchiusa senza pronunciare nulla. Le labbra di papa Gregorio erano aperte: ma non ne usciva più nessun fiato.

Quella morte era era stata annunciata dai segnali forniti dalle cattive condizioni di salute di Gregorio. Tutto dava a intendere che sarebbe avvenuta più presto o più tardi, a meno che Dio avesse voluto compiere uno dei suoi miracoli. Eppure, vederla accadere in quel modo, proprio in quell’istante, presenti soltanto quattro uomini all’infuori dello stesso papa, dopo aver sentito parole fortissime, era stato un qualcosa di assai più impressionante di quanto se lo sarebbe mai immaginato.

- Così che Roma è di nuovo senza il suo vescovo, - adunque parlò Oddone, il primo ad avvicinarsi al cadavere di Gregorio per chiudere i suoi occhi.

- Quando è stata l’ultima volta che il Santo Padre si è confessato? - Desiderio formulò questa domanda in un tono preoccupato.

- Oggi con me poco prima che foste chiamati, - rispose l’arcivescovo Alfano.

- Quindi presentiva la propria morte.

- Come tutti noi, - soggiunse Oddone. - Malgrado non volessimo accettarla.

- Non affliggetevi. Per quanto riguarda il Guiscardo, mi prenderò la briga di spedirgli una lettera per avvertirlo, - Alfano fu il primo a uscire, dopo aver chinato la testa e morso il labbro inferiore.

Oddone chiuse gli occhi e alzò il volto verso il cielo. Lacrime discesero sul viso di Desiderio.

Anselmo si accorse che anche i suoi occhi, in preda a un leggero bruciore, si inumidivano. Cominciò a pregare per l’anima del papa. Più tardi avrebbe redatto la lettera che avrebbe riferito a Matilde la partenza di Gregorio VII. Era sicuro che pure lei avrebbe pianto.

Commenti

Post popolari in questo blog

Umiliati ed Esaltati : Capitolo I - IV

Vita e Tentazione di Giovanna d'Arco - Capitolo III

Recensione: I Re Maledetti, di Maurice Druon