Umiliati ed Esaltati : Capitolo I - III

 


 

- Vattene pure. Se in passato mi fossi immaginato che da queste parti sarebbe stato talmente arduo preservare la pace e l’onore, avrei intrapreso anch’io la follia di viaggiare lontano! Il che da molti anni mi sono accorto che non è per niente una follia, bensì un’impresa da invidiare. Una follia invece restare nelle terre dei folli, dove governano i diavoli, - diceva Serlone d’Altavilla a suo figlio omonimo, che, appena compiuti i diciannove anni, gli aveva manifestato la sua gran voglia di andare in Italia a dare una mano ai suoi zii.

- Grazie, padre. Ma penso che in Sicilia ci siano diavoli peggiori di quelli che abbiamo qua.

- Almeno dei saraceni sappiamo cosa aspettarci. E v’è pure chi affermi che molti di loro sono onorevoli, di più dei greci, di più dei nostri da queste parti. Il tradimento, la fellonia, la pusillanimità e la violenza sfrenata, codarda e ingiustificata sono molto peggiori quando praticate da cristiani contro altri cristiani, - Serlone I, con una delle sue mani ossute poggiata sul tavolo in quercia, si passò veloce l’altra sui radi capelli.

Serlone II, ritto in piedi, si ricordava di quando suo padre faceva quello stesso gesto una decina d’anni prima. Aveva una capigliatura bionda e folta, proprio come quella del figlio, che però preferiva una barba più corta, che non gli scendesse sotto il mento di più di un dito.

Nonostante le sue parole, da tanti anni – anzi, da quando Serlone II era nato – il signore di Pirou e e d’Hauteville viveva in relativa pace, senza coinvolgersi in gravi conflitti... Conflitti esterni. Poiché dimostrava di essere ancora in lite dentro di sé. Le cicatrici del suo spirito si erano riaperte e sanguinavano da quando gli era morta la moglie.

Il figlio era testimone di quanto suo padre aveva amato sua madre. Quella perdita gli aveva fatto sanguinare il cuore a tal punto che gli avvenimenti lontani spumeggiavano nel suo petto come fossero successi il giorno prima; pure quelli creduti sepolti anni or sono.

Allontanava o financo cancellava dalla memoria eventi recenti. Papà sta diventando vecchio. Questo pensiero affliggeva Serlone II ed era il solo impedimento alla sua partenza verso il Mezzogiorno.

In un passato lontano, quando il figlio non era nemmeno nato – quantunque a Serlone II ora sembrasse di aver vissuto quegli eventi in prima persona, giacché negli ultimi due mesi suo padre aveva ripetuto quel racconto un centinaio di volte – , il primo Serlone aveva ucciso un amico del duca Roberto, detto il Diavolo, per vendicare un’offesa subita. Quale fosse stata quell’offesa, neanche Serlone II lo sapeva di sicuro. Suo padre non aveva mai voluto dirglielo. Ma circolavano voci che l’uomo del duca avesse violato e ucciso una donna di cui suo padre era invaghito, il suo primo amore, prima di conoscere sua madre.

- Invece di avviare una faida, avreste dovuto esporre a me l’accusa, onde potessi giudicare la malafede del mio vassallo, - a causa di quell’omicidio, Serlone I aveva dovuto affrontare la collera del duca Roberto, che non aveva voluto accettare alcuna giustificazione. - Ma purtroppo avete avuto fretta di risolvere il problema, - suo padre aveva conficcato un’ascia nel cranio di quell’uomo con tale bestialità che solo il manico era rimasto visibile, - e avete proceduto alla maniera degli antichi pagani.

Timoroso di essere condannato a morte, Serlone era scappato dalla Normandia. E poscia era arrivato alle orecchie del duca che l’Altavilla aveva detto che non si aspettava giustizia da lui e che per questa ragione l’aveva compiuta con le sue stesse mani. Perché secondo le voci Serlone era del parere che Roberto il Diavolo esercitasse la rettitudine con i suoi amici e con nessun altro.

Il duca era salito sulle furie a questa dichiarazione. Ma suo padre aveva sempre negato di aver pronunciato quel genere di accusa, quantunque la pensasse così. Era rimasto in silenzio e a testa bassa quando era stato al cospetto del suo signore. Forse in un momento di rabbia aveva lasciato sfuggire qualche brutta parola e non se n’era accorto, e qualcuno lo aveva tradito?

Era comunque fuggito in Bretagna. Spedita una richiesta di pace al duca Roberto, aveva ottenuto come risposta un coniglio decapitato e una daga con la lama chiazzata di sangue rinsecchito, dentro uno scrigno che in principio aveva creduto che contenesse reliquie per sigillare la riconciliazione.

Poco dopo, il duca aveva messo sotto assedio Tillières, sul confine tra la Normandia e i territori del re dei franchi.

Nel corso dell’assedio, un cavaliere franco usciva ogni giorno dalla fortezza per sfidare i cavalieri normanni in singolar tenzone. Molti di loro uccisi in siffatto modo.

Il duca, timoroso di ulteriori perdite, aveva deciso, dunque, di proibirli di continuare ad accettare quella disfida. Per controbattere le proteste, aveva argomentato che non potevano accusarli di vigliaccheria, poiché era il loro capo a vietare loro di scontrarsi. Obbedire agli ordini del loro signore rappresentava qualcosa di più alto che replicare alle provocazioni di uno sconosciuto.

Serlone però, quando era stato informato di quanto avvenuto, aveva dichiarato di considerare vergognoso quel comportamento, e si era diretto a Tillières. Voleva difendere l’orgoglio dei normanni. Lo accompagnavano due scudieri, niente di più, e si era messo ritto a cavallo davanti alle porte del castello, armato con il suo onore e la sua lancia.

Non appena avevano saputo che era Serlone il cavaliere da poco arrivato, gli uomini del duca che lo avevano visto erano corsi ad avvertirlo:

- Non lo uccideremo per l’ingiuria commessa contro di voi?

- No. Lasciatelo stare. Morirà comunque, perché il cavaliere che lo affronterà è il più forte che io abbia mai visto, - c’erano coloro che sostenevano che Roberto avesse detto queste parole.

Il prode cavaliere di Tillières, che era uscito dalla fortezza dopo aver ascoltato grida di sfida, aveva domandato a suo padre:

- Chi siete? Se temete per la vostra vita, meglio che vi ritiriate.

- Sono Serlone d’Altavilla.

- Ho sentito parlare di voi. Avete ucciso un uomo a tradimento.

- Lo uccisi guardandolo negli occhi perché era un villano, un piccolo diavolo più lercio del più lercio dei porci. In questo combattimento proverete nella vostra pelle che non sono affatto un vigliacco.

- I vostri occhi infatti mandano lampi e bagliori che non sono quelli di un pusillanime. Ebbene, accetto che mi affrontiate!

Serlone aveva sistemato per l’ultima volta lo scudo, aveva messo la lancia in resta, dato di sprone e si era scagliato contro l’avversario come un centauro le cui narici diffondevano nell’aria fredda un fumo bluastro.

Aveva percorso una distanza maggiore di quella del suo opponente, elevato lo scudo a miglior guardia e, seppure anche l’altro fosse ben protetto, aveva trovato una breccia nella sua difesa. Gli aveva colpito il petto e l’impatto aveva spezzato il frassino e proiettato il rivale all’indietro.

Il cavallo di Serlone aveva proseguito con il galoppo, fino a quando non si era arrestato e si era impennato mulinando le zampe in aria.

Nonostante fosse un bandito, Serlone aveva sentito i normanni che lo applaudivano e gridavano a squarciagola il suo nome. Aveva salvato il loro onore. L’avversario era stato sbalzato di sella dopo aver cercato di evitare la caduta aggrappandosi al didietro del cavallo.

- La mia vita è vostra, messere. Salvate il vostro onore e quello dei vostri. Ho ucciso troppi di loro, - aveva detto l’avversario a terra, poscia che Serlone era sceso dal suo destriero.

L’Altavilla aveva una volta confessato a suo figlio:

- In questi anni ci sono addirittura quei monaci che non hanno mai preso una spada in mano, ma che scrivono che nessuno sapeva che ero io a combattere. Invece mi avevano riconosciuto, il duca lo sapeva, non a caso spedì un messaggero in Bretagna dopo che me ne andai. Egli voleva mandarmi a morte, e sarei morto se non mi fossi dimostrato molto più ardito dei suoi uomini, - aveva sbuffato in un ghigno arricciato nell’angolo sinistro. - I cui volti scorsi sul viso di quel valoroso, e gli mozzai il capo e lo appesi sulla punta della mia lancia non per vendicarli, bensì perché compivo, così, la mia vendetta contro il Diavolo, perché tagliando quella testa tagliavo le teste dei suoi, e precludevo a Roberto di Normandia ogni possibilità di vendicarli. Si sarebbe vendicato poi con villania: appiccò il cadavere di quel bravo cavaliere poscia essersi preso la città. Ma io non gli permisi la maggior soddisfazione, così come lui non mi avrebbe mai permesso di lavare l’onta che avevo subito, perché quell’uomo vile, quel suo amico villano, era uno di coloro che lo avevano aiutato ad avvelenare suo fratello, - era stata la prima e l’unica volta in cui suo padre aveva pronunciato quell’accusa, ma non sapeva se quella era la verità o se era stato l’odio fermentato per anni, inghiottito e rigurgitato più volte nella vecchiaia, a far sì che credesse che fosse vero. Voci ce n’erano che Roberto il Diavolo avesse avvelenato suo fratello e predecessore, il duca Riccardo, con lo scopo di ghermire il potere.

Eppure ormai quelle erano vecchie storie. Roberto di Normandia era morto da un bel pezzo e prima della sua morte aveva perdonato Serlone e lo aveva riammesso al suo servizio. Gli aveva financo concesso la mano dell’erede di Pirou, cioè della madre di Serlone II, e così avevano stabilito la pace esteriore. Ma in cuor suo Serlone I non era mai vissuto in pace né credeva al perdono del suo signore, bensì che lo avesse ripreso perché non voleva rinunciare alla sua forza.

- La Bretagna mi sembrò, per un lungo tempo, già qualcosa di lontanissimo, poiché lì soffersi come Davide ingiustamente perseguitato da Saul. L’esilio mi faceva pensare ad Hauteville e alle cose della Normandia come faville del mio passato, una luce irraggiungibile e irrecuperabile come il sole durante la notte. Pativo per la paura dell’eredità persa, di non rivedere mai più il castello della mia famiglia. Come comprendere dunque la brama dei miei fratelli di allontanarsi dalle terre che amavo? Ma oggi comprendo loro e ti comprendo, figliolo mio. Costruisci un’eredità più grande e più degna di te, - al momento del congedo, il padre pronunciò codeste parole umide prima di abbracciarlo.

- Tornerò un giorno, papà. Coperto di trionfi. Glorie che renderanno ancora più smagliante il nome di questa famiglia, - alzò gli occhi, davanti ai quali tremolava l’immagine del castello degli Altavilla.

- Non promettere quello che non puoi mantenere. So che andrai molto lontano. I tuoi zii per caso sono tornati? Ma non preoccuparti. Avrò chi si prenda cura di me, - accanto al padre, c’erano il suo confessore, padre Achard, col suo sorriso screpolato ma acceso, e l’anziana serva Batilde, che era stata la nutrice del giovane Serlone. Di lei si fidava di più di chiunque altra persona al mondo; aveva assistito sua madre nei suoi ultimi istanti e aveva un odore di gigli appassiti.

- Perdonatemi, padre. Vorrei... che fosse diverso. Non volevo... che fosse in questo modo, - parlava a scatti.

- Invece è proprio quello che volevi, altrimenti rimarresti qui ad ascoltare le mie stupide storie. Ho già detto che ti comprendo. Ora basta, figlio mio, - nondimeno si abbracciarono una seconda volta prima del definitivo congedo.

Commenti

Post popolari in questo blog

Umiliati ed Esaltati : Capitolo I - I

Recensione: I Re Maledetti, di Maurice Druon

Umiliati ed Esaltati : Capitolo I - IV