Vita e Tentazione di Giovanna d'Arco - Capitolo IV

Un’incredibile visione si avvicinava a una cittadina murata. Un angelo umano che marciava alla testa del suo esercito. Il suo sguardo era fuoco e brandiva uno stendardo dallo sfondo bianco su cui Dio era raffigurato come un regale vegliardo, il quale benediva il giglio dei franchi. A sinistra campeggiava San Michele, a destra San Gabriele. Procedevano insieme, fiammeggianti, purezza ed impeto. Assiso sul suo cavallo nero, somigliante a un celeste Chirone, quell’àngeo calpestava la pietra, l’erba, la terra e la melma. Entro non molto tempo si sarebbe trovato sul sangue.

Dopo un improvviso bagliore, vide infatti sé stesso su un fiume rosso, in mezzo alle vampe di una città incendiata, ridotte a neri tuguri le case affumicate, alle esalazioni del rogo sommandosi l’aria satura del lezzo di carni macellate, punteggiata da faville.

Inspirò con la bocca. Una delle scintille balenò più forte e la Visione svanì. Ma lei sapeva che ci sarebbe tornata, vero l’incendio che l’avvolgeva, anche se, pulzella com’era, non desiderava l’arroventamento. Bramava il calore tenero.

Avrebbe però dovuto aspettare ancora perché il suo popolo ricevesse quella carezza, abbattendosi sulla sua gente prima i venti furibondi, carichi d’incandescenze, che dovevano passare sopra le acque vorticose. Lo Spirito bruciava come un roveto ardente.

Aveva vissuto poco, ma sapeva già molto. Una giovane Ippolita che non aveva una cintura che potesse essere sottratta.

Non era l’armatura ad assicurarle le vittorie, poiché attorno al corpo riusciva a contare sulla migliore delle protezioni pur quand’era nuda, mantenendosi inviolata per quanto ci fossero quelli che per lei avrebbero bruciato.

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