Vita e Tentazione di Giovanna d'Arco - Capitolo I





Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire.- Apocalisse 12,11


I

 

In principio nel Giardino c’era Adamo, ma Adamo si sentiva solo. Adunque Dio generò per lui, non dalla testa, né dai piedi, bensì dalla sua costola, la donna. Colei che lo sollevò dalla solitudine. Ridivennero una sola carne, ma in un modo diverso da prima.

È vero che fu Eva a cedere innanzi alla Tentazione del Serpente. Eppure, se non fosse stata compresa e perdonata dal Signore nostro, Egli non avrebbe scelto il suo ventre per discendere al mondo. Così che se dall’uomo, creato dalle mani del Padre, venne estratta la donna, dalla donna venne estratto Dio, che soltanto in tal guisa avrebbe potuto concludere il ciclo, attraverso il Figlio che redime tutto il genere umano.

Dopo la Vergine Madre di Dio, tante altre donne restituirono all’uomo l’accesso al Paradiso. Santa Margherita, armata della Croce, squarciò il ventre del drago. Santa Caterina d’Alessandria, con la sua eloquenza, convertì alla vera fede i retori convocati dall’imperatore per convincerla a onorare i falsi dei. Dal Monte Purgatorio, Beatrice condusse il Sommo Poeta all’Empireo. E Giovanna, la Pulzella, la cristiana Camilla, strappò la Francia agli artigli dell’Inferno, alle zanne del Serpente. La reverenda autorità delle leggi, vuoi divine vuoi umane, pressoché dissolta prima della sua comparsa.

Mio padre una volta domandò alla Pulcella in che modo, una fanciulla d’umile estrazione com’era, a cui era stato insegnato solo a tessere e cucire, non sapendo nulla sull’uso della spada o su come montare a cavallo, si era opposta a quello che consideriamo l’ordine naturale delle cose e aveva indossato l’armatura, con la quale si muoveva in maniera sì tanto spontanea da sembrare che fosse nata con essa.

«Ho accettato questa via per compassione verso l’intero regno di Francia.» Non c’era stato bisogno di una risposta più elaborata.

Fuori dai combattimenti, arrossiva spesso, simile a una bambina nella sua pudicizia. Nella guerra, la sua voce era il canto dello shofar che riecheggiava sul campo di battaglia fino a raggiungere il Signore degli Eserciti.

Mia madre mi disse, anni or sono, che papà le aveva confidato che, nel giorno di quella risposta, aveva pensato che avrebbe voluto essere nato francese.

Per quanto mi riguarda, posso definirmi privilegiato. Sono per metà francese e per l’altra metà un figlio di Genova; perciò la vittoria di Giovanna la dovrei celebrare pur non avendola mai incontrata, anche se non mi fosse stata assegnata alcuna missione dal Re dei Cieli. Soprattutto perché nacqui nel fuoco. Nel giorno della morte della Donzella di Orléans. O perlomeno dicono che sia morta. Ma quale altra cosa potrebbe essere la fenice se non un uccello dal volto di donna? Parlo di quelle donne che partoriscono pure quando intoccate, sebbene non in solitudine.

Qualora avesse rinunciato ad Eva dopo l’espulsione dal Paradiso, Adamo si sarebbe potuto ritirare in un luogo dove i suoi occhi non si sarebbero posati su nuove tentazioni. Non avrebbe ascoltato quelle lusinghe che lo invogliarono ad agire tante volte in maniera traviata. In siffatto caso però non saremmo nati né io né voi e l’umanità sarebbe finita lì.

Alcuni diranno che, trovandomi al termine del cammin di mia vita, solo nella mia cella, canuto il capo, mi manchi il senno. Che il mio racconto non faccia alcun senso; che molte delle cose narrate non siano mai accadute.

Sono veri gli oscuri buchi nella mia memoria che riguardano certi avvenimenti dell’esistenza. Nondimeno è la luce di Dio a riempirli, non gli umani sì e no. Coloro che oseranno leggere questo libro sino alla fine, con la propria voce, ma ascoltando con attenzione le mie parole, lo capiranno appieno, traendone ispirazione per seppellire la lonza, estinguere il leone e lasciar senescere la lupa, ignorando il suo ululato.

Non svelerò il mio nome perché questo non ha alcuna importanza. Rimembro che a casa, quand’ero pargolo, sentivo mia madre pronunciare più spesso il nome di Giovanna che il mio. Quando i miei genitori si rivolgevano a me, mi chiamavano figgio o figgietto. Ero il più piccolo tra i miei fratelli. Mentre ora mi danno sempre del padre o del fratello. Quando qualcuno mi chiama per nome, lo trovo persino strano, e a stento mi riconosco. Vi dirò qualcosa di me pertanto non per vanità né per riempire un ventre oramai abituato al digiuno, bensì perché qualche elemento della mia storia – oltre che il giorno della mia nascita – s’addice a questo racconto.

Commenti

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