Umiliati ed Esaltati : Capitolo I - II

Ruggero d’Altavilla si destò, insonnolito e con il mal di testa; era il primo a rimettersi in piedi. Sbocciava il sole. Si ricordò che, quando era sul punto di addormentarsi, il moccolo di candela che bruciava sul tavolo si stava spegnendo e mandava appena qualche scintilla di tanto in tanto. Era sopraggiunto il buio completo in quel salone ingombro di donne di malaffare, che giacevano accanto ai suoi commilitoni, tutti stramazzati sul pavimento. Si vedevano qua e là un pagliericcio come il suo. Gli altri erano distesi sul legno.

Quella sera avevano celebrato la conquista di Squillace. Comprensibile che i suoi militi – e anche lui – avessero voluto divertirsi in modo sfrenato una volta concluso l’assedio, il periodo più lungo quello in cui non avveniva nulla fuorché minacce da una parte e dall’altra, qualche pietra ogni tanto scaraventata dalle catapulte, seguito da una fase di scontri, più corta, ma lancinante, che li aveva sfiancati.

Il tedio era sminuito, ma il pericolo aumentato, quando aveva ordinato la costruzione di una torre d’assedio al cospetto del portone della città. Dall’alto di questa colonna bellicosa, potevano scoccare frecce per colpire i difensori sulle mura; ed era grande abbastanza da poter accumulare dentro dei viveri, protetti durante la notte dai soldati che ivi trovavano riparo, sicché aveva permesso agli uomini che mettevano a soqquadro la zona – onde scovare i ladri che talora penetravano nell’accampamento – , oltre ad alcune guardie, di tornare a Reggio onde riposarsi.

Squillace era stata l’ultima fortezza della Calabria a resistere agli Altavilla. Ruggero aveva temuto di non riuscire a catturarla prima dell’arrivo dell’inverno. Ma gli abitanti della città avevano avuto ancora più paura – di restare lì chiusi con la carestia che si sommava al freddo – e avevano deciso di aprire il portone.

Dopo che era entrato, la bile che gli era ribollita dentro durante gli ultimi giorni aveva trovato sfogo nell’orgia. Non sapeva più, anche per il troppo vino bevuto, quante puttane aveva scopato quella sera. Si era comportato come un ragno della dissolutezza; provò un raccapriccio e si ricordò di quello che Roberto gli aveva detto a Melfi:

- Dovresti sposarti. Possibile che non ci sia una donna degna di te in tutto il Mezzogiorno? Se io ne ho trovate due...

- Sei Roberto il Guiscardo. Per te le cose spesso sono un po’ più semplici.

- Questo lo dici, ma sai che non è la verità. Sai come sono arrivato in queste terre.

Messer Arnolfo aveva un’opinione identica a quella di Roberto. E Ruggero non ignorava affatto che un uomo della sua posizione – e con le sue ambizioni – non avrebbe potuto trascorrere tutta la vita senza sposarsi. Senza eredi. Se nemmeno Ermanno e Abelardo hanno ereditato i possedimenti del padre, figuriamoci i figli di qualche puttana!

- Quel bastardo però l’aveva già una bella moglie, - bisbigliò tra sé e sé, con un ghigno sul viso. Roberto avrebbe potuto lasciargli Sichelgaita e restare con Alberada. Non che fosse innamorato della moglie del suo duca e fratello più grande… ma donne come Sichelgaita e Fredesenda, la loro indomita sorella, non si trovavano ovunque. Eppure prima o poi avrebbe dovuto trovarne una.

Chissà se lo avrebbe beneficiato sradicare gli scismatici dalla città; e lasciare da parte le puttane: Dio lo avrebbe aiutato a trovare una donna valida.

Avrebbe fatto costruire una cattedrale a Squillace.


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